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Viaggio fuori da se stessi

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L'itinerario di un uomo bloccato su una sedia a rotelle.
Uscire dal proprio io, trovare gli altri
dilatarsi in proiezioni nuove

Con "L’homme qui marchait dans sa tète" — L’uomo che marciava nella sua testa —, Patrick Segal racconta in prima persona la sua storia di giovane sportivo, campione di sci e di atletica, giocatore di palla a volo e di rugby, fermato sopra una carrozzina, a ventiquattro anni, da un proiettile vagante sparato accidentalmente.

Il racconto procede su due piani paralleli: ai giorni della morte e della rinuncia — "Non ho ancora venticinque anni e non sopporto più di vedermi su questa sedia. Sono finito" — fanno riscontro quelli della vita — "Con il solo spirito avrei spostato le montagne" —; al corpo che si siede vinto — "La siringa mi libera completamente da quest’incubo popolato da tubi e da lamenti. Mi tuffo in questa felicità narcotica che imploro adesso ogni quarto d’ora" si oppone la mente che si mette a correre fino a scoprire... l’UOMO — "Partito alla ricerca di forti emozioni, sono tornato con una missione da svolgere" —.

È cosi che inizia il VIAGGIO dentro gli spazi geografici e umani, dove le frontiere non sono solo di ordine politico — "Altri mondi vietati mi si aprono. .. basta passare le frontiere" —.

Ora, proprio ora che ha le carte del minorato, il passaporto, che gli torna più utile per ogni confine, è la disciplina appresa dal karatè, di cui è cintura nera. Il karatè, ovvero "l’arte dell’equilibrio", l’arte che "tende a infondere fiducia, ma nello stesso
tempo, a dominare il proprio corpo, a raggiungere l’aldilà".

Ecco quindi Segal per le strade del mondo: dalla foresta tropicale al deserto, dall’Asia all’America all’Australia, a diventare un tecnico della fotografia e a documentare il viaggio con una serie di foto, a colori e in bianco e nero, di cui il libro è corredato; a Hong Kong e a New York, a tentare la carta della guarigione con l’agopuntura; in California, a fare l’autostop o in montagna, a fare lo "sci a rotelle", per dimostrare a se stesso e agli altri la falsità di quanti lo credono affogato nell’oceano dei divieti emarginanti, per distruggere, una volta per tutte e per tutti, tutti "coloro che non vogliono più andare da nessuna parte e dai cui sguardi non traspaiono neanche più i sogni", le parole della disperazione e della rinuncia; in Brasile, a battersi per aprire uno studio di cinesiterapia; negli ospedali e negli orfanotrofi, tra i feriti del Vietnam, quelli d’oriente e quelli d’occidente, a scoprire che può essere "portatore di umanità" —

"Forse ho fatto colare una sola goccia di iodio in un oceano di piaghe, ma lo sguardo di un solo bambino che si riempiva di gioia, se non bastava alla mia felicità, bastava forse alla sua" —.

Copertina del libro "L’homme qui marchait dans sa tète" è un grido lanciato nello spazio—uomo, che parla la lingua della speranza a coloro che si credono vinti e della provocazione a chi, vivendo nell’ottica della miopia, pur con "tanto di gambe e di sesso che funzionano, hanno in testa qualcosa che no va"; è anche, e soprattutto, una dichiarazione di fede, in se stessi, nella propria vita, perchè "Nessuno fa la strada al posto degli altri nè quella delle rose nè quella della croce".

Segal ci tiene a precisare che non ha vissuto avvenimenti straordinari — "Ciò che ho fatto rimane alla mia altezza... Non ho vinto le tempeste nè abbattuto draghi nella giungla" ma "Buttandomi in imprese, ai miei occhi impossibili, ho vinto la paura" — E l’impresa può essere, semplicemente, salire su una nave la cui passerella è troppo stretta per la sua sedia, o affrontare, senza arretrare, gli rmai abusati rifiuti — "Non so come dirglielo (e a "dirglielo" è il proprietario di un ristorante)... ma i clienti... bisogna capirli: la sedia a rotelle è una cosa che li deprime" —.

Segal è deciso "Non busserò più alle porte dei rifiuti, non mi accontenterò più dei «sì» e «ma» che mi si buttano in faccia come un osso a cui si aggrappano brandelli di pietà o d’invidia".

Il suo itinerario è già tracciato — "Dovevo imparare a stare da solo, dovunque e sempre. Non per fuggire ma per esistere in tutti i sensi, per essere in grado, a mia volta, di occuparmi degli altri" — e il suo giro del mondo ha la perfezione del cerchio: uscire da se stesso — "tentare l"avventura abbandonare queste mura" — e trovare gli altri — "ormai avevo dei conti da rendere alla sofferenza degli altri" — scoprire se stesso —- "la mia vita è solo davanti a me" — e dilatarsi in proiezioni infinite — "ora so che quando gli uomini tentano di far arretrare i limiti del loro corpo e della loro volontà sono alla ricerca di qualcosa che alcuni chiamano superamento ed altri trascendenza" —.

La cartella clinica di Segal dice "paraplegia bilaterale totale", ma egli non è handicappato e le sue gambe morte sono un grossolano bluff, a cui crede solo chi non sa vedere.

Egli andava già tessendo la trama del protagonista, quando la minorazione gliene ha evidenziato l’ordito da seguire — "... una vita nella quale mi attendeva l’attesa di un mondo che nessuno ascoltava, ma che io, meglio di un altro, sapevo affamato
perchè era stato, era e sarebbe stato ancora il mio" —.

In ogni tempo e in ogni luogo, quando un nuovo nato si affaccia sulla soglia della vita, tutti si chiedono con ansia "Sarà sano?" "Sarà fortunato?". E mai nessuno che si domandi "Avrà il coraggio di vivere?" "Saprà marciare nella sua testa?" Perchè la vita è, sempre e comunque, avventura. Perchè nella vita, come dice Segal, "si è sempre invalidi di qualcosa o di qualcuno".

Rita Bigi Falcinelli

Nota bibliografica:

"L’homme quì marchait dans sa téte", edizione italiana curata dalla SEI porta il titolo "La vita può ricomìnciare” (lire 6. 000).

icon 1983 - Viaggio fuori da se stessi (4.8 MB)



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