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Con gli occhi dei ragazzi

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La guerra esorcizzata e il nevone come un incantesimo

Sono stati giorni che resteranno fermi nella memoria di noi adulti. Figuriamoci dei ragazzini, che hanno assistito nel breve volgere di qualche settimana a due avvenimenti - una guerra e una nevicata -così diversi, anzi così antitetici, e pure tanto legati all'immaginario collettivo. Così, quei giorni i nostri bambini li hanno vissuti con gli occhi spalancati, fra raffiche di telegiornali e immagini da war games, chiedendo che le loro paure venissero esorcizzate dalle parole consapevoli dei genitori, dallo sguardo tranquillo e dalla saggezza immaginosa di una insegnante, pronti a trasformare una storia vera in una favola di cartone, pitturata con le tempere e profumata di cioccolata.

E poi la neve. Anzi, un nevone, proprio come quello che tanto spesso noi genitori rievochiamo con una punta di esagerazione: c'è sempre, nell'aneddotica di noi adulti, un 'età in cui piccini piccini abbiamo attraversato la città per portare a termine una facile missione, che nella memoria assume i connotati dell'avventura pericolosa. Abbiamo tutti concluso il racconto, spalancando gli occhi: «La neve era alta così: mi ricordo che camminavo e mi arrivava alle ginocchia. Io ero ancora tanto piccolo... i fiocchi turbinavano, e io avanzavo nella tormenta... ».

Ah, l'epica spontanea e inevitabile dei ricordi infantili, come quelli che questi ragazzi racconteranno ai loro figli. Nessuno di noi può sapere veramente cosa abbiano provato in quei giorni fra gennaio e febbraio, giorni lunghi come anni.

Tanto più preziosi sono quindi questi brevi scritti, queste poesie che gli alunni della classe IIB della scuola media «Donatello», in visita qui al giornale, ci hanno lasciato con orgoglio e trepidazione. Ritrovati ora sui nostri tavoli, hanno la levità che nessun «pezzo» potrà mai avere, hanno la trasparenza che neppure la prosa più professionale può riconquistare. Ne traluce la voglia di costruire fantasie per distillare le paure. 

Gioia di libertà

Con elegante passo di danza,
volteggiando nel vento
la neve stende il suo bianco mantello,
copre dolcemente la città quasi addormentata...
Dalla soffice superficie si leva lieve una celeste melodia
che cavalca e ondeggia ridente sulle crespe della fantasia
dorate dalla luce della vita
Tra fiocchi leggeri, candidi colombi decollano allegri, dai loro becchi
delicati boccioli si levano e profumano l'aria,
si posano come velluto sui visetti paffuti di allegri bambini
che vestiti di camici bianchi ridenti giocano a girotondo.
Le risa rimbombano nel candido paesaggio
mentre il mio cuore apre le sue frontiere
alla gioia di libertà.

Giulia Salvio

Arcobaleni cristallini

Nuvole grigie
all'orizzonte
il sole
si spalanca
nella porta del cuore.
Bianca,
fresca
e delicata
la neve
si presenta
alle porte della vita
altre volte già varcate
ma
oggi con più ardore. Paesaggi incantati innevati
azzurro brillante, cascate gelate arcobaleni ghiacciati e cristallini Paesaggio fatato una nuova vita pura
senza il nulla che dilaga.

Daria Raffaeli

Brevi prose e liriche intense di giovani autori in visita al giornale con le insegnanti

L'inevitabile pace tra la pasta e le paste

A Mangionia, cittadina della regione Cuccagna, viveva una simpatica famiglia, i signori Cicciobignè. Erano grassi perché mangiavano molti dolci. La mamma si chiamava Crostatona, il papà Cannolo, era di origine siciliana, il figlio minore Bombolone, la sorella maggiore Candita. Avevano un terribile difetto, odiavano la pasta. Di fronte a loro abitava una famiglia che era il contrario dei Cicciobignè. I Pastasciutti odiavano i dolci e mangiavano solo la pasta. Le due famiglie non andavano molto d' accordo, ognuno faceva di tutto per infastidire l'altro, gettandogli dentro casa dei dolci, oppure mettendogli dentro le cassette della posta un piatto di spaghetti. Erano già tre anni che questa storia andava avanti. Un giorno - era l'ora della merenda - la signora Crostatona stava servendo del cioccolato caldo con panna ai figli, e la signora Mutandina dei fusilli con panna e salmone. Finita la merenda di solito i bambini cominciavano a giocare. Questa volta chissà perché Bombolone e Candita incominciarono a fare la guerra fra loro. Fu in quel momento che il signor Cannolo fu illuminato da un'idea. Fece un salto dalla poltrona di marzapane e urlò: «La guerra!». Mandò subito un ultimatum ai Pastasciutti: «Fra una settimana attaccherò la vostra casa, chi perderà dovrà andarsene altrove». Incominciarono i preparativi per la guerra. I Cicciobignè circondarono la loro casa con muri di cioccolato e qualche spiraglio per sparare. Prepararono le armi: 100 bombe di crema liquida, 200 mitra a palline di cioccolato, torte a palate. La cosa più bella era la gabbia per i prigionieri, aveva le sbarre di caramello indistruttibile ed era piena di dolci: il prigioniero sarebbe potuto morire soffocato dal solo odore dello zucchero filato. Bisogna pensare però che i Cicciobignè erano ingenui: le loro armi con il sole si sarebbero sciolte. I Pastasciutti avevano cannoni con bombe di pasta all'uovo, pistole con proiettili tipo spaghetti n. 3 e fucili con penne rigate. Insomma tutti erano pronti per il combattimento. Non fece in tempo a scattare la mezzanotte che una bomba di pasta invase il gabinetto dove Bombolone si salvò per un pelo. Dall'altro campo partirono tante bombe di crema e fu così che incominciò la guerra cibaria. Le case, andavano in pezzi, quella dei Cicciobignè si scioglieva, quella dei Pastasciutti con il sole cominciò a cuocersi ed a scendere. Era già passata una settimana e nessuno ne poteva più, né di pasta né di dolci e così fecero amicizia e vissero insieme in una casa di mattoni, senza dolci e senza pasta.

Laura P. e Silvia B.

La guerra dolce

Una nuvola nera carica d'acqua si sbizzarriva a lanciar fulmini tra fragorose risate. Giocava, correva in un turbinio incessante. In terra, nel paese di Golosonia, si stava svolgendo una guerra dolce, all'ultimo scacco di cioccolata.

Due eserciti decisi a vincere si affrontavano sotto un cielo nero e rombante. Grida sfiatate nella nebbia correvano per l'aria e un profumo insolito si diffondeva dagli armamenti. In fila «ordinatamente» sfilavano i carri armati, le rampe di lancio dei missili «Cioccolot» e gli aerei. Tutte le armi erano state costruite dalla premiata fabbrica «Ar.Cio.» (Armi di Cioccolata) a regola di gola.

Il capitano supremo Von Dent degli U.S.O.G. (Stati Uniti di Golosonia) era convinto che per gli invasori non ci sarebbe stato scampo. Sul campo di battaglia volavano palle di miele che investivano i soldati avversari invischiandoli. Questi rispondevano con armi di concezione più antica rispetto a quelle del capitano Von Dent. Usavano infatti rudimentali armi nucleari, chimiche e batteriologiche. I missili anti missili Cioccolot a testata mielitica svolgevano completamente il loro compito, andando a scontrarsi sui missili avversari e disattivandoli. Intanto sul campo di battaglia si era levata un'aria pesante e le nuvole, ostinate, continuavano a rincorrersi oscurando il sole.

Lo scontro continuava spietato, ma con esito più favorevole agli U.S.O.G. che combattevano una ottima battaglia, anche in terra, dove i carri armati nemici non riuscivano a difendersi dalle formidabili palle di miele. Le ore passavano lente. Gli avversari, che avevano invaso gli U.S.O.G, si trovavano quasi senza più armi e così il capitano Von Dent si avvicinò, con sguardo truce, al cannone che doveva lanciare la più grossa bomba di miele mai vista, che avrebbe dovuto seppellire per sempre gli avversari insieme al loro ricordo; un acuto suono di tromba squarciò quella fitta nebbia dando il via al conto alla rovescia per il lancio.

Dall'alto del cielo le nuvole si guardarono e, terrorizzate dal grosso cannone, scapparono tra gridolini di paura. Il sole, allora, si fece posto con irruenza e riscaldò l'atmosfera circostante. Gli armamenti del capitano Von Dent cominciarono a sciogliersi lentamente, prima afflosciandosi, poi liquefacendosi del tutto.

Ben presto il campo di battaglia si trasformò in un immenso lago di cioccolata calda. I soldati di ambedue i fronti si guardavano allibiti, ed un po' stupefatti, si avvicinarono a quella distesa di cioccolata. Tutti avevano fame ed il capitano Von Dent, vistosi ormai a pari merito con gli avversari, prestò loro delle tazze con cui tutti i soldati incominciarono ad attingere cioccolata in quel lago.

E quella che doveva essere una battaglia all'ultimo scacco di cioccolata, diventò una battaglia squagliata.

Massimo Maggi, Lorenzo Berrettoni, e la classe IIB

Io, il paesaggio e la neve

Tirai su la serranda della mia cameretta, per dare un po' di luce alla stanza. Ma... una cosa mi colpì: attraverso i buchi della serranda, filtrava un raggio di luce, che era puntato, come un riflettore del cinema, su una mattonella del pavimento. La cosa più strana era che quel raggio non era il solito, era di colore opaco, non la solita luce di colore vermiglio, che vedo ogni mattina quando sorge il sole. Perplessa e nello stesso momento incuriosita, tirai su in fretta la serranda e a mano a mano che andava su come un ascensore, vedevo apparire sotto i miei occhi una nuova città. Era silenziosissima, forse assorta nei suoi pensieri. Quella mattina, non avevo sentito il solito rumore che fanno i muratori con il martello; non avevo sentito il solito cigolio, che fanno gli autobus, quando si fermano; gli uccellini della mia vicinata non cinguettavano; erano lì, immobili, come se avvertissero qualcosa nell'aria. Anche io ero strana quella mattina, ero diversa dal solito, era come se dovesse accadere qualcosa di speciale, di diverso.

La città era spenta, era come un grande fuoco, che non riusciva ad ardere, perché qualcosa nell'aria glielo impediva. Con il naso schiacciato sul vetro, cercavo di capire che cosa fosse quella strana cosa che influenzava tutta la città, me compresa.

Un temporale?

No! Un temporale è una cosa abbastanza normale, che accade spesso.

Una rivoltura?

No! L'aria era troppo fredda per una rivoltura.

Be', a questo punto, non mi resta che aspettare, come fanno tutti gli altri. Ero impaziente, ogni minuto guardavo fuori dalla finestra, per vedere se fosse successo qualcosa; ma... niente, non succedeva niente. Alzai le spalle come per dire che forse non c'era niente che doveva venire, che forse, era tutta una mia immaginazione. Era un gioco della mia fantasia. Staccai gli occhi dalla finestra, andai verso la porta d'ingresso, salutai i miei genitori, e cominciai a scendere le scale, ancora un po' frastornata. Arrivai al portone, uscii dal palazzo e incominciai a incamminarmi verso la scuola. Il vento gelato si accaniva contro di me. Mi sistemai bene la giacca, in modo che il vento non potesse filtrare; ma... che succede? Un chicco bianco si era depositato sulla mia giacca, poi ce n'era un altro, poi un altro ancora, e poi un altro ancora. Alzai gli occhi verso il cielo e... mi accorsi che stava nevicando.

Veronica Piaggesi

Allegrie momentanee

Un vento gelido
un turbinio di anime,
di pensieri
di allegrie momentanee.
Una nevicata
e dopo poco
fuochi, vapori e gioie.
La neve passa
velocemente
sul pianeta e poi... vola
là dove arriva
il fuoco della vita
La neve è il lecca-lecca
di un bimbo infelice.
Viene, rallegra gli animi,
passa,
senza lasciare impronte sul libro della vita.

Massimo Maggi

icon Con gli occhi dei ragazzi (9.34 MB) 



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