
Kenneth Koch, critico letterario, docente universitario, poeta della generazione beat, arriva un giorno in Italia, entra in una scuola elementare, legge Leopardi, Cavalcanti, Petrarca e i bambini si mettono a scrivere poesie.
La cosa appare insolita, fa scalpore, i giornali ne parlano, una casa editrice è già pronta ad accogliere una tale esperienza didattica e lo stesso Koch, una sera del dicembre scorso, ne parla al Piccolo Teatro, a Milano.
A questo punto c'è da chiedersi: perché tutto questo? Per un metodo didattico che a qualcuno pare singolare o per il prestigio di un nome autorevole, per di più straniero? E certamente deve trattarsi di un riguardo riservato a Koch, perché la nostra scuola, benché tacciata, spesso e volentieri, di atipicità e dequalificata presso l'opinione pubblica nei ruoli e nelle funzioni, non è certo digiuna di esperienze simili. La differenza è che alunni ed insegnanti lavorano nel chiuso delle loro aule, in sordina, senza spettatori, addirittura lasciati "soli sul campo di battaglia".
Ed ha ragione Koch, quando dice che « scrivere poesie è una cosa naturale come ballare, cantare, disegnare, giocare con le parole, ricordare sentimenti perduti » e che « non occorre essere poeti per insegnare a fare poesie ». Per dimostrarlo cosa c'è di meglio se non ascoltare la viva voce dei ragazzi? A "parlare" sono gli alunni della scuola media di Polverigi (Ancona), tutti figli di agricoltori e di operai, che hanno risposto allo stimolo letterario offerto dalla scuola.
(continua...)
Polverigi, Flash di primavera (5.28 MB)






