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L'uomo orizzontale

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COMUNE DI LEONFORTE

Agosto leonfortese 1984

6° CONCORSO POESIA E NARRATIVA

LEONFORTE 1984

«FILIPPO DARDO»

SEZIONE NARRATIVA

I°premio a L'UOMO ORIZZONTALE di Rita Bigi Falcinelli.

II racconto è tutto una ardita schermaglia di pensieri sottili e profondi in cui è in gioco la posta più alta: la vita. E la vita non è mero concetto speculativo olimpicamente contemplato, essa è angosciosamente sofferta in una titanica lotta esistenziale del protagonista con se stesso.

L'Autore affonda il suo scandaglio, inesorabile come il bisturi, in una serrata analisi dell’uomo che, dal naufragio totale della vita, dalla quale si reputa escluso perché fisicamente immobilizzato, cerca un approdo.

La soluzione al dramma dell'uomo che egli trova in se stesso non è tuttavia affidata ad un astratto individualismo né a facili soluzioni filantropiche, ma ad una sofferta, necessaria, dialettica dell'essere umano con i suoi simili.

La prosa, originale ed elaborata, è sostenuta, attenta e precisa; necessariamente arida nella elucubrazione e nella disamina concettuale, è contenuta e castigata quando non esplode in rapidi ed efficaci guizzi lirici.

L'UOMO ORIZZONTALE

Si, sono l'uomo orizzontale. Vivo l'infinito della convalescenza rovesciato sulla barella a ruote. Goccio dolore da ogni poro. Scopro nella trappola del corpo immobile il privilegio della fissità totale. Cosi perdo anche il pensiero e svengo. Più e più volte al giorno.

"Fughe neurotiene" le chiama Serafino e durante la sue visite esibite all'insegna della casualità lascia sempre cadere qualche sentenza clinica "Hai perso la dimensione storica della vita!" "No. Ho perso le gambe. Ho perso mezzo corpo!" ribatto io. "È peggio", insiste "se perdi la storia del tuo presente" E per "storia" intende il divenire dei valori umani.

A volte dice semplicemente: "Così ti sottrai a qualsiasi impegno". Ed io mi difendo "Sono impegnato a dimenticarmi e lo sforzo non è poco".

Oppure, fatto capolino nella stanza e gettato un saluto distratto, lascia l'insidia di qualche giornale per ravvivare almeno una scintilla d'interesse. Io li conservo in scrupolose, intatte collezioni, poi li sfoglio come petali di fiori, infine li spargo a terra in un tappeto compatto che calpesto e strappo con quelle che sono ormai le mie ruote. Insomma una messa in scena per Serafino, per dimostrargli, nella simbologia del gesto, il mio totale rifiuto.

Poi lui cambia gioco e una sera, durante uno dei miei show esistenziali, ai consueti rumori di scena — il tintinnio di stoviglie che muore presto in tonfi sordi sui carrelli, il fruscio di ruote vaganti, il ronzio di una mosca, l'unica a godere l'ebbrezza del volo, — s'aggiunge, con lo zirlo del motore, una specie di bisbiglio: — Mi chiamo Claudio. Da oggi occupo il letto accanto al tuo —

Le parole però, più che udirle, le intuisco, perché lui, oltre al movimento, ha perso anche la voce, tagliata fuori dalla tracheotomia.

Posa a terra, vicino al comodino, una grossa borsa di tela verde e subito dopo sparisce oltre la porta scivolando sulla carrozzina elettrica.

A indicare la sua presenza e a qualificarla come definitiva resta solo quella borsa, il pegno del suo possesso.

"Un'altra idea di Serafino! " penso irritato e già subisco come un oltraggio l'imposizione di quella convivenza. Poiché, se è il dolore che possiedi, privatizzi anche quello. Se invece devo pensare al "fuori pericolo" e cioè alla fine di un'assistenza continua, ventiquattro ore su ventiquattro, la promessa non è certo delle più allettanti: i chiodi della paralisi possono anche non sanguinare più, ma rimangono sempre a martirizzare il corpo, a torturare il cervello. In più m'arrovello. Claudio, non posso ignorarlo, è subito il mio pensiero, di sicuro la trama di un ordito tessuto da Serafino.

Di lui so poco: il mistero che giace nel fondo del suo silenzio, l'eleganza del corpo capace d'impressionare persino il negativo della paralisi, le chiacchiere di corridoio riducibili a una carriera stroncata, a un passato tumultuoso, a una storia clinica complessa.

Nel tempo che conto in attesa del suo rientro, intreccio vuote congetture.

Quella sera un'ansia perniciosa cresce con il suo ritardo, s'impasta alla saliva fino ad asciugare la gola e a scatenare la stizza della tosse. Il catarro, un sedimento stratificato dall'immobilità, si mette in circolo e mi riempie pure gli occhi. A stroncarmi però non è il respiro che perdo, ma l'impotenza del movimento. Schiacciato sulla pancia, il pavimento diviene subito un vortice nero che mi rovescia addosso il suo gelo. Quando infine nei polmoni piove la salvezza dell'ossigeno, i colori riprendono a stampare le immagini.

Lo sento rientrare che è notte inoltrata: quel suo bisbiglio, una specie di sibilo, serpeggia nel silenzio. Dietro, un rumore di passi che si mischia al fruscio del lenzuolo. Poi un tramestio serrato.

Anche l'indomani mi sfugge. Così i giorni seguenti. Una situazione che non so più se qualificare assurda, grottesca o ridicola. Io, un barellato che non vuole né sa districarsi nemmeno nel corridoio tra due letti e l'armadio della stanza, lui, un tetraplegico immobilizzato fino al collo, e non riusciamo a coabitare, se non di sfuggita, in qualche ritaglio del giorno. Una compresenza che al massimo può durare quanto il rito della vestizione. Naturalmente, la sua vestizione! E sbaglia chi immagina Claudio il povero infelice che da solo non può nemmeno ravviarsi i capelli. Piuttosto è un sovrano con lo stuolo di servitori e cortigiani che lo preparano per un'uscita ufficiale. A lui la regia, senza nemmeno il fastidio della parola. Bastano gli occhi a impartire ordini precisi.

Prima i jeans, attillati contro ogni norma sanitaria, e le scarpe, leggere e scollate, senza il minimo richiamo a cupe parvenze ortopediche, poi la camicia, collo alla coreana o foulard per coprire la garza posata come bavaglio sull'occhiello aperto della tracheotomia, e gli anelli, almeno due, da infilare al mignolo e al medio della mano sinistra, quella che, se non la forza, ha salvato almeno il ricordo del movimento.

Poi il tocco finale: i piedi allineati sulla pedana, il braccio inerte fra le gambe, le dita della mano destra tenute distese dal bordo della sedia, la sinistra ad azionare il congegno elettrico della carrozzina.

Verificato l'effetto scenico, il sipario si alza e Claudio entra nel palcoscenico della vita, svettando quella sua testa giustamente orgoglioso di possederne il controllo.

"È pieno di ragazze" mormora Domenico, l'infermiere che cala sempre sul mio calvario preciso e fatale come lo scoccare dell'ora estrema. È lui che mi solleva nei traslochi, che mi netta delle lordure, che mi fascia, che mi riporta bambino. Ed io lo odio per questo.

"Di ragazze! " ripeto sorpreso.

"Si, di ragazze. Lo fermano pure per strada. Lo chiamano apposta Casanovaspyder. Un giorno era davanti al bar a fumare una sigaretta, indolente e svagato, quando passa una ragazza. Bruna. Corpo di gazzella. Subito la ghermisce con gli occhi. Lei si ferma, poi dice "Vuoi qualcosa?". Claudio nemmeno ci prova a soffiare parole, con un dietrofront rapido entra nel bar e, quando si rigira, la ragazza gli è davanti e gli toglie il bicchiere colmo di gin e ghiaccio. E durata parecchio. L'abbiamo vista tutti, qui dentro. Veniva, se ne uscivano insieme. E tu?"

"Io cosa?"   

"Come stai a ragazze?"

"Non mi piacciono le cose rimediate" e le parole sono un pretesto per vomitare il fastidio.

Allora Domenico ride, strafottente e violento.

"E bravo lui! Allora, che vivi a fare, non è vita rimediata la tua?"

Domenico è distratto. Già non ricorda più che ci ho provato a non vivere, ma non mi è riuscito di andare oltre il limite di una mezza morte o di una mezza vita.

"Rimediata!?" Inorridisce invece Serafino "È VITA!" Così, senza aggettivi"

"C'è chi ha di più, però"

"Di più, di meno," sbuffa "è una relazione! Una individuazione al singolare, fuori da ogni contesto globale, fuori dal cosmo".

"Ma io sono relativo e vivo nella dimensione del relativo! "

"Solo perché non cerchi l'identificazione nell'assoluto. Così fai confronti spiccioli che ti danno misure parziali".

"La paralisi sarà pure una misura parziale, ma è determinante!"

"Solo perché non sai vedere, anche un aeroplano che gira sulla pista è come un'automobile qualunque, se non scopre che può "volare".

"Ho perso le ali".

"L'uomo, come l'aereo, ha la dimensione della libertà. La libertà non "da" qualcosa, ma "per" qualcosa. E non c'è prigione che tenga. Quando si è candela, si può sempre scegliere di bruciare in cantina o di ardere su un altare".

Ma io sono il sasso che l'onda ha spinto tra la sabbia a perdere la lucentezza dell'acqua e con essa l'arcobaleno della vita, destinato a restare secco e ruvido di sale. Così l'inerzia mi consuma nello squallore della lettiga.

Parcheggiato lungo il corridoio, tagliato dai raggi dell'estate proprio sulla linea dove vita e morte si spartiscono armistizio e bottino di guerra — dorso, spalle e testa all'ombra, il resto abbandonato a un sole che non mi cede più il suo tepore — la vedo spuntare dal fondo, dopo un pulsare rapido della porta. La centro e mi colma l'obiettivo.

Nei passi sicuri porta la pienezza dell'estate, nel corpo la sinuosità del mare, sulla pelle, certamente, il sapore del sale e tra i capelli la fragranza del maestrale.

Dirige su Claudio, fermo sulla soglia della camera nell'atto di infilare la camicia. Le spalle ancora nude e corteggiate dal sole proiettano false immagini di vigore e non basta il reticolo delle cicatrici a ricordare la dinamica di un dramma che si rinnova al presente.

Lei, già vicina.

Claudio incupisce e ferma l'umiliazione delle mani estranee che si muovono attorno al suo corpo.

A lei, solo l'ingiunzione di aspettarlo di sotto.

Mi spingo sulla terrazza a sputare il mio fremito appena in tempo per vederli allontanarsi insieme. Lui, un raggio di luce nel sole. Lei, una manciata di coriandoli colorati raccolti sul bracciolo della carrozzina.

"Non vale!" grido d'impotenza "Se non ci gioca Claudio a Gambadilegno, io che faccio?!"

"Se Claudio può ballare il jtterburg, cosa lo impedisce a te?" obietta Serafino, placido nel rigore della sua logica.

"E perché dovrei farlo?"

"Perché vuoi vivere! "

Dannazione, non è puzza di feci, di orina, di sudore, questa che respiro? Non è già vita?!"

"No, è solo un tuo dispetto. Perché tu sei l'automobilista che al mattino si reca al lavoro per il gusto di fare tardi. Per raccogliere scuse, giustificazioni: contrattempi, semafori rossi, imperizia degli altri. E dell'ambiente circostante conosci solo ciò che favorisce il tuo gioco. L'orina, appunto, le feci, il sudore. Così vivi a metà".

"Perfetto!! In piena armonia con il mio corpo. Dunque come pretenderesti che viva un paralitico?! "

"Claudio è paralitico".

"No!" grido con tutte le forze "E un baro!"

"E uno che si destreggia in mezzo al traffico. E arriva puntuale". "Solo per sfoggiare la sua abilità. E un vanesio montato, lui!". "Si" approva Serafino con tristezza glaciale. "Montato su motore. È tutt'uno con la macchina ed ha piena consapevolezza di sé. Quindi, è vivo".

Così Claudio vive. Insegue il movimento nell'accelerazione massima della carrozzina. Colora con gli occhi le parole che disegna sulle labbra. Studia l'armonia dei gesti residui. Si concede i piaceri residui.

Ed io invidio la sua vita mutilata.

"Insomma, che cosa vuoi da me Serafino?"

"Che vuoi tu piuttosto!? "

"Voglio... l'azzurro!, l'iridiscenza dell'acqua. E il rosso, dei gerani, che buca la notte con mille occhi curiosi dai balconi. E il giallo, delle spighe, che oscura il sole. E poi il profumo, di alghe, di terra bagnata, di acacia in fiore. E il volo del gabbiano, che plana lungo un filo di nube. Voglio... scoppiare. Solo, dentro quest'embolo di dolore".

E il grido che sale si riduce a lamento.

Poi scopro che Claudio è davvero l'uomo montato su motore.

Lo vedo un giorno rientrare coi capelli sfatti grondanti sugli occhi, il braccio, fuori da ogni scenografia, abbandonato a comporre sul pavimento sghembi rivoli d'acqua, la camicia battuta dentro ogni piega di pelle, la carrozzina spinta da Domenico e davanti agli occhi un orizzonte vuoto.

Solo quando è ricomposto nella linea aggraziata del corpo, si distende in una specie di languore a costruire parole che frusciano sui denti o sbattono in gola cercando vibrazioni sonore.

"Fermo. Sorpreso dal temporale. Tradito dalla carrozzina. Senza gesti né voce. E solo".

"Allora?"

"Ho fatto lo scoglio che trattiene il respiro quando l'onda l'investe e lo sommerge. Poi un uomo dalla finestra di una casa lontana capisce che la pozzanghera scavata sulla terra battuta nel perimetro della carrozzina non è il mare e che io non sono uno scoglio affiorante. Così mette la veste del samaritano e mi preleva".

Gli occhi si perdono. Annaspano. Un fremito breve, poi subito fermi in un punto lontano, oltre la barriera del muro, a firmare il capolavoro d'una immobilità totale. Così giorno dopo giorno. E non vale il mio ridicolo grido di protesta "Mi vuoi copiare, allora?!!", perché Claudio libera un riso innocente "E come potrei? Tu sei un falso. La carcassa te la puoi spingere da solo. Hai spalle forti.

"Solo se si è mummia, si fa la mummia".

Poi incomincia a scrivere. Fogli colmi di segni sofferti. Le dita non c'è la fanno a sostenere la continuità regolare del movimento, s'irrigidiscono e la penna guizza via in parabole rovinose.

"Ma che vai facendo, ora?!" grido nell'esasperazione di quella frenesia contagiante.

"Poesie" alita nell'aria.

"Cosa?!"

Ripete la parola, marcando il disegno sulle labbra "Po-e-sie" E il mio stupore lo diverte "Sono mummia fuori, ma poeta dentro. Ero musicista, prima".

"Scrivi testi per musica?"

"No. Una volta recise le corde del mio violino, sono uscito per sempre da tutti i suoni".

Sentito, Serafino, che dice il tuo uomo a motore? La sua miseria vale la mia. Io avevo la perfezione del movimento, lui del suono. Io rifiuto il movimento spezzato, lui il suono spezzato. Siamo uguali! ! Anche il tuo campione fugge il passatoo!!

Ma Serafino non è un tipo da resa: "Se fuggire significa salvarsi per ricostruire, ben venga la fuga. Claudio era musicista, ora è poeta".

"Ecco le sue poesie! Leggile, sono i versi di un disperato!"

Grappoli grigi
su raspi di nubi,
l'uva del mio destino.

Turgori
aperti a colare
dolcezze vischiose
sui rovi del cuore,
il presente dell'uomo.

E ancora:

Lune di desiderio
nel cielo dei sogni
sono esplose stasera
in singhiozzi di vita.

"E allora? Claudio denuncia una crisi che esiste. E tu che fai?" Io? Io... La nascondo. Sotto il letto. Con i panni sporchi e fetidi.

"Basta, Serafino, basta. Non mi piace giocare a "Tribunale". Meglio a "Rimpiattino".

La voce ritorna sottile ed aspra come quella di un bimbo "Conta fino a dieci, intanto mi nascondo" La parola s'intreccia, diventa sospiro, diventa lamento "Ecco, vieni a cercarmi Serafino. Vediamo se mi trovi".

La mente si perde, conquista l'oblio, tenta la carta drogata della libertà.

Rita Bigi Falcinelli


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