Rita Bigi Falcinelli - Sito Personale

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Francine

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Certamente era un inverno anomalo. Mesi e mesi che il tempo stazionava sul bello. Un sole che si ostinava ad esibire la sua bellezza luminosa, un cielo stabilmente fermo sull'azzurro. Ogni tanto uno sfilaccio di nuvola s'alzava dietro le guglie dei monti in direzione nord-ovest ed allora tutti i valligiani a testa in su a scrutarne i movimenti, tutti a sperarne un ispessimento nevoso, tutti, una barriera di trepido silenzio, a esorcizzare la neve. Ma lo sfilaccio ben presto s'assottigliava, si stracciava in fumi che andavano a disegnare ghirigori bizzarri nella pagina aperta del cielo, per cancellarsi subito sotto una bava di vento. E i valligiani, delusi, a testa bassa ripercorrevano il quotidiano di una vita rallentata, ora che le stazioni climatiche giacevano deserte, ora che i campi da sci avrebbero meglio ospitato una distesa di grano con rosolacci e fiordalisi.

Intorno, l'aria era greve di attesa, un nodo che intrecciava il respiro di tutti, uno spasmo che bloccava ogni fremito di vita. Solo i gerani, dietro i vetri delle finestre, ridevano scarlatti a questo supplemento di primavera e le genziane nei prati già sollevavano la corolla campanulata in gare di colore con il cielo.

Seduto sopra un masso affiorante dal terreno, zio Tilli fumava con le spalle alla casa, un intreccio preciso di legni ricavati dal bosco, che si era costruito nei tempi lunghi del riposo, da quando cioè aveva messi i cavalli nello stallo a figliare, da quando aveva fermato la sua diligenza gialla nel deposito della legna. Spesso andava a fumare li dentro, sedeva allora nel posto dei passeggeri a ripetere le storie vissute. Nessuno aveva più bisogno di lui. Ora, a percorrere il corridoio tra le minacce dei picchi incombenti, che strozzavano in due la valle, c'erano gli autobus. Il suo, allora, era divenuto un servizio tutto speciale: quando la neve fermava ogni transito, c'era zio Tilli a ripristinare il contatto, a collegare i monconi della valle. Zio Tilli, la sua diligenza gialla ormai fuori dalla storia, i sei cavalli scalpitanti con il fuoco nei garretti, lo schiocco della frusta, che sapeva imbrigliare al volo ogni evenienza funesta. Allora da conquistatore attraversava il corridoio della morte. E le montagne quasi si ritiravano, rispettando il suo passaggio sicuro. Ora che la tecnologia era arrivata anche a quello spezzone di paese e il collegamento era garantito dalle macchine, efficienti spazzaneve che tenevano lucida la fatale strettoia, zio Tilli fumava. E non gli importava se i bambini andavano a calpestare il fazzoletto dell'orto o se, presolo in mezzo al loro girotondo festoso e crudele insieme, gli lanciavano sberleffi. Una volta ne aveva afferrato uno, lo aveva sollevato da terra con la sua mano poderosa, ma nell'altra, già levatasi più minacciosa del tuono, la grandine degli scapaccioni s'arrestò di colpo. L'aveva guardato in faccia, vi aveva ritrovato l'implorazione di Rodolfo. Rodolfo, un fagotto di miseria dentro una coperta militare.

—Zio Tilli, è tuo — gli aveva detto un giorno la madre. E la voce sapeva di disperazione. —Tu solo puoi salvarlo —.

La febbre l'aveva ridotto a un batuffolo di dolore. Dopo millecinquecento metri di morte bianca c'era un dottore. Cioè, oltre la strettoia ostruita dalla slavina. Zio Tilli era l'uomo delle certezze, lo sapevano tutti, anche le montagne. I suoi occhi non conoscevano il dubbio. E partì per entrare nell'epica della vita. Leda, la cavalla nera, bizzarra e tenace, la compagna fedele e sicura di tanti viaggi, stramazzò durante il tragitto, ma zio Tilli riuscì a scavarsi un varco e passò. Invano, perché Rodolfo mori tre giorni dopo. Da allora ognuno di quei monelli, ghignosi o lacrimosi, era Rodolfo.

Quindi, fumava in silenzio. Un silenzio che il sibilo del vento, scivolando giù dal Picco Grande, ingigantiva e diventava fremito tra le case della valle. Il suo era il silenzio delle scelte essenziali. Zio Tilli non era uomo di parole e il suo corpo, lasciato all'erosione del tempo, era corteccia rugosa che sapeva di pino silvestre, di aeree fragranze.

Francine la videro subito. Impossibile mimetizzarsi tra i volti del luogo né c'era, del resto, la folla dei turisti in cui confondere la stravaganza di un'immagine. Francine aveva lo sguardo della zingara; capelli neri di notte e lunghi di nostalgia, labbra d'ibisco schiuse per fugaci paradisi. L'avevano vista spostarsi di qua, di là e poi prendere diritto verso il pianoro dove abitava zio Tilli. Aveva un incedere svogliato, però, intramezzato da soste che ne ritardavano l'arrivo. Si sdraiava tra l'erba e rideva al sole, si bagnava al ruscello e giocava con l'acqua, si nascondeva dentro la linea compatta dei larici al margine del bosco.

Zio Tilli da lontano seguiva ogni mossa. Inconfondibile quella macchia di colore nel verde del trifoglio: il nero dei capelli, il rosso della camicia, il nero della gonna sfrangiata. E subito avverti' una stonatura: non indossava gli abiti adatti né al luogo né al clima del luogo. Non veniva certo per fermarsi. Con sé non aveva nemmeno un accenno di borsa. Cosi zio Tilli l'aspettava, ma senza l'ansia della curiosità. Inutile perdersi in vuote congetture, quando di li a poco avrebbe conosciuto quanto c'era da sapere! Ogni realtà aveva il suo tempo. Inutile anticiparlo, inutile volerlo precorrere.

Giunse l'indomani. Francine sedette a cavalcioni sul muretto di recinzione, si chinò fino a immergere il viso nei cuscini di dafne fioriti tra gli interstizi, ne respirò a polmoni pieni il profumo e con il tono dell'incontro fortuito disse: — Salve! —

Il sole cadde sui denti che offrivano il sorriso e si scompose in mille scaglie di luce.

Zio Tilli guardò attonito e per la prima volta conobbe la sorpresa. Il sole si nascose dietro il Picco Grande e un'ombra calò su tutta la valle. Dalle cime scese un fiato di vento, investi zio Tilli, gli strappò il berretto e passò oltre, dileguandosi senza lasciare traccia. La gonna ampia e leggera di Francine non ebbe nemmeno un sussulto, la chioma delle betulle, accanto alla casa, nemmeno un fremito. Un brivido lo scosse.

—Salve — rispose tra i denti. Cupo, nettamente in contrasto con la radiosità di lei che gli portava la festa di una bellezza spensierata.

Lo guardava diritto negli occhi, dondolava con impertinenza infantile la provocazione delle sue gambe nude. Vide che era scalza.

Ripose gli arnesi da lavoro con la cadenza solenne di un rito, poi entrò in casa. Francine gli fu subito dietro. Ai piedi aveva passi di danza. Zio Tilli s'accoccolò davanti al camino e fece il fuoco, poi spezzò il pane a fette spesse e larghe, staccò da una treccia due grosse cipolle, le tagliò ad anelli, le cosparse di aglio tritato e di erbe aromatiche lasciate a seccare dentro un vaso di vetro, condì con sale e olio. Ne fece strati sopra il pane e ricoprì di formaggio. Tra un boccone e l'altro, il diversivo di un'oliva. Nei boccali di terracotta, acqua di sorgente. Mangiarono con la voracità dei poveri. Con il gusto dei poveri. Davanti al fuoco. Guardando il fuoco. Poi Francine si rannicchiò, un giro di braccia attorno alle gambe piegate, la testa china sulle ginocchia. E allora fu un solo colore. Il nero dei capelli chiudeva il rosso della camicia e si mischiava a quello della gonna. Un gomitolo nero, che il fuoco del camino arroventava con lingue di sangue. E zio Tilli per la prima volta sentì la paura.

Non era riuscito a dormire per tutta la notte e il giorno lo colse con gli occhi sbarrati a inseguire le ombre del soffitto. Francine intanto era sparita. Invano dall'uscio zio Tilli abbracciò le quattro case del paese ancora addormentate, invano lasciò scivolare gli occhi lungo il corso del ruscello, invano s'arrampicò tra i ghiaioni delle montagne. Di Francine nessuna traccia. Dileguata. Come un sogno. 0 un incubo? Zio Tilli non possedeva ancora la risposta. S'immerse allora nel quadro serico della natura e fu tutt'uno con gli arabeschi delle cime scolpite in un cielo smerigliato dalla notte. Un'emozione ambigua gli saliva dentro fino a raggrumarsi negli occhi in parvenze di pianto. Si fermò immobile. In un tempo immobile. Ed ebbe sconvolgente l'intuizione dell'infinito. Lui stesso era infinito.

Il sole prima lo scopri in ginocchio, il volto rigato di lacrime, gli occhi nell'estasi. Poi si mise a correre da una guglia all'altra consumando il giorno tanto più velocemente quanto zio Tilli era avaro di lavori. Il fuoco però era da accendere e quando andò nella legnaia, la vide. Dentro la diligenza gialla, tra le labbra un filo di trifoglio, lo sguardo predatore.

—Ah! È qui che eri nascosta? —

—Non ero nascosta — corresse Francine — Ti aspettavo — Calma, sicura.

—Che vuoi da me? — Si decise a chiedere zio Tilli.

—Mi devi portare dall'altra parte —. Non sapeva perché, ma zio Tilli si scopri' di respirare sollievo.

—Ci sono gli autobus, per questo — La voce quasi cantava — Non te l'hanno detto? — Francine scosse la testa in un diniego lento.

—Mi servi tu —

—Ma tu non servi a me — Brusco, per allontanare l'irrazionalità di un presagio funesto.

—Presto sarai tu a cercarmi, a volermi portare dall'altra parte — sentenziò Francine.

Zio Tilli sbuffò. La sicurezza di quella donna strana, la sua calma, la sua pazienza, ingigantivano la molestia della sua presenza. Così bella, nello squallore della sua capanna. Così piena, che bastava da sola a colmare la stanza della sua vita. Bastava il suo sorriso ad accendere il fuoco, le sue caviglie nude, i fianchi di donna buona a partorire figli gagliardi. Forse per questo gli aveva detto che l'avrebbe cercata? Per prenderla e poi allontanarla da lui. Staccarsene, consegnandola all'altra parte del paese? Doveva essere così.

Quella sera si rintanò nella piccionaia, un vano ricavato sotto il tetto, e tolse via la scala d'accesso. Da solo, ma senza il disagio della solitudine, imbrigliando le emozioni che non capiva, fermando il chiasso dei pensieri, perse la coscienza del tempo. E lui stesso fu il tempo. La mattina dopo non avrebbe saputo dire se il suo era stato sonno o veglia. Francine l'aspettava davanti al fuoco, aveva scaldato il latte e glielo offriva con l'usualità di un gesto che la rendeva familiare. Zio Tilli non era abituato a presenze femminili. Persa quella della madre, morta mentre lui nasceva proprio nella strettoia fatale sotto rinfuriare di una tempesta di neve, era cresciuto con il padre e i tre fratelli. Né mai aveva sentito il bisogno di una compagna: con sé aveva l'allegria crepitante del fuoco, i giochi del vento, la fantasia della brina, la sensualità vellutata dei prati, la potenza dei monti, la dolcezza umile dei muschi, il riso degli uccelli, la sacralità del silenzio. Insomma, aveva la vita. Così ora, guardando Francine, scoprì che a sconvolgerlo non erano gli occhi della maliarda, ma la dolcezza della madre. Francine era sua madre.

Fu quello giorno di lavoro. Posseduto da una smania che non gli dava tregua, zio Tilli sistemò ogni cosa. Via le erbe infestanti l'orto. E la legna accatastata. E poi al ruscello, a lavare la biancheria. L'acqua scivolava da un sasso all'altro gorgogliando freschezza e Francine era con lui. Ora s'era abituato a lei, era come se l'avesse avuta sempre vicino. Rientrando,s'accorse di un'aria ruvida che gli arrossava il volto. Uno spessore cupo, carico di tempesta, colmò presto le insenature di cielo cingendo le guglie con un legaccio di fumi neri e, quando il vento s'incanalò nella valle, fu il finimondo. Allora non ci fu riparo. Entrava dalle fessure nella casa con un sibilo acuto e persistente, scavava squarci nel tetto, violentava il fuoco, scuoteva la gonna di Francine, eccitava i cavalli che scalpitavano -di paura. Poi, scese la neve. In fiocchi minuti, duri di ghiaccio, batteva sui vetri con la violenza che sola preannuncia eventi nuovi. Non c'era gioia in quella nevicata, solo una forza che eccitava la sfida. Raccolta dentro una coperta, ferma come statua, gli occhi gelati nello sguardo da sfinge, Francine era il fantasma della vita. Durante la notte il gelo sigillò porta e finestra, chiudendo la casa in una trappola mortale. Il giorno, anticipato dal chiarore della neve, si levò privo di rumore. Tra lamelle di luci che fulgevano stelle, zio Tilli frenetico a sbloccare la porta. Francine, un'ombra cupa di silenzio nel freddo paradigma della morte. Presto la porta fu solo una barriera abbattuta, la neve allora scivolò dentro la cucina. Un fiume bianco che stratificava in nastri morbidi fino a lambire i piedi nudi di Francine. Fuori, una muraglia costruita dal vento e resa granito dal freddo assediava la casa, isolandola dal resto del paese calato poco più sotto. Solo verso la strettoia nel canalone, tra il Picco Grande e la Punta Solitaria, il varco era fatalmente libero. Allora zio Tilli si costruì' il passo fino ai cavalli. Li trovò gementi, intirizziti, impauriti, ma vivi. Li rifocillò, li confortò. Usava parole dolci, il tono sicuro di chi non può mentire, la protezione della mano che lasciava calore, affetto. Quando rientrò, guardò Francine, scivolò lungo il precipizio dei suoi occhi e toccò l'abisso della morte.

—Ne ero sicura — sorrise Francine — contavo su di te. — Si, Francine era venuta per lui. Solo per lui. Seppe che gli era stata sempre vicino, che gli era stata buona compagna.

—Sono il premio della tua vita di coraggio — continuò — Per questo non ti ho rapito. Solo ai virtuosi mi presento senza inganni. Solo a chi lo merita, so concedermi in tutta la profondità del mio mistero —.

E zio Tilli seppe che la sua vita era stata un progetto di morte. Non ebbe paura, ora che Francine era una certezza, ora che rientrava nei limiti della sua dimensione umana, ora che fra vita e morte non c'era più barriera, ma sconvolgente continuità. Si preparò, con la diligenza gialla, i sei cavalli pezzati, la frusta, il fuoco della lotta. Francine intanto era scomparsa, ma zio Tilli non aveva più bisogno di cercarla. Era dentro di lui come una promessa sicura.

Scivolando sullo spessore del ghiaccio, arrivò fino al canalone e fu dentro a un deserto bianco profondo come l'infinito che non ammette profanazioni. Lì, sessant'anni prima, s'era staccato da una propaggine nevosa per determinarsi «zio Tilli», lì era tornato per rientrare nella universalità del cosmo.

Levò gli occhi al Picco Grande e fu quello il segnale. La vide staccarsi. Scivolare. Gonfiarsi. Uno schiocco di frusta, un balzo in avanti rapido, preciso e ce l'avrebbe fatta, certo, la sua non era leggenda da ciarlatano!, ma si frenò, perché assaporava la gioia della sottomissione cosmica. Ora sapeva morire. Il tempo era maturo.

Nel fragore agghiacciante che precipitava, solo zio Tilli poteva udire la melodia di un richiamo. E godere. Fermo, quindi. E i cavalli quieti. Per diventare insieme cristalli di neve.

Quando il vento si nasconde nella casa vuota di zio Tilli e accende fuochi nel camino, allora i bambini del villaggio, levando gli occhi, dicono ancora: «Zio Tilli fuma».

Rita Bigi Falcinelli 

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