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Meditazione a scuola/4

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Copertina del numero 30 di Rita Bigi Falcinelli [071/54195], che ha insegnato fino a pochi mesi fa in una scuola media inferiore di Ancona, ha voluto donare ai lettori degli Appunti di Viaggio il frutto di anni di ricerca svolta con i suoi alunni; una ricerca fatta utilizzando gli strumenti tipici della meditazione: consapevolezza, immaginazione, silenzio. Ne sono sbocciati fiori molto belli che Marzia Pileri ci presenterà nei vari numeri degli Appunti di questo nuovo anno.
Con questo ultimo articolo conclu­diamo la serie di componimenti che ci hanno accompagnato durante tutto l'anno, grazie al lavoro com­piuto in classe dalla professoressa Rita Bigi Falcinelli ed al contributo anonimo dei suoi alunni, autori validissimi ed interessanti.
 
Abbiamo visto come la meditazione e la concentrazione possono essere inserite nell'insegnamento dell'ita­liano, possono essere utilizzate per attingere in se stessi l'ispirazione per comporre poesie o comunque com­posizioni poetiche originali ed imprevedibili, soprattutto considerata l'età dei ragazzi; possono essere di aiuto per favorire un clima di collabora­zione e rispetto nella classe, e soprat­tutto per permettere ai ragazzi di conoscersi utilizzando simboli signifi­cativi e muovendosi nell'inconscio inferiore e superiore in modo disin­volto.
 
So che questi ragazzi hanno conti­nuato, a distanza di tempo, nelle scuole superiori o all'università, ad utilizzare quello che l'insegnante delle medie gli aveva insegnato: con­tinuano ad usare la visualizzazione, la concentrazione, l'immaginazione e l'attenzione cosciente verso il pro­prio mondo interiore. Rispetto all'o­blio nel quale cadono tante nozioni apprese durante la scuola media credo che questo possa essere un vero risultato importante: l'aver for­nito degli strumenti che ognuno può continuare ad usare quando crede e nel modo che ritiene più opportuno.
 
Terminiamo dunque con degli eser­cizi di visualizzazione questa volta non applicati alla letteratura, ma rivolti al proprio mondo spirituale. Ho lasciato per ultimi questi esercizi perché sono quelli che in misura maggiore si collegano con le immagi­nazioni utilizzate in psicoterapia.
Qui l'insegnante chiede agli stu­denti di "cercare il maestro". Più precisamente dopo aver posto gli allievi in stato di rilassamento e di ascolto profondo così presenta l'e­sercizio: "Ti trovi nella parte alta della città. È sera. Un'ombra ti si avvicina e ti dice: 'Il maestro è in città' E poi si allontana. Tu che cosa fai? Vai a cercare il maestro? Sì o no? Se vai a cercarlo, riesci a tro­varlo? Che cosa succede? Che espe­rienza hai?"
È un tema ampio: chi è il maestro? Può essere un maestro interiore, può essere considerato tale una persona conosciuta, può essere riconosciuto in Cristo o in altre persone autore­voli. Il tema è aperto e ognuno risponde secondo la sua storia perso­nale e secondo il livello di chiarezza interiore raggiunto.
Allo stesso modo nell'oniroterapia, una tecnica di psicoterapia breve simile per molti aspetti ai sogni da svegli guidati, io chiedo ai miei pa­zienti, posti in stato di rilassamento autogeno profondo, di trovare il vecchio saggio. Anche in termini psicologici ognuno risponde in base alla propria storia, ai propri sintomi, al grado di profondità e dimesti­chezza raggiunto con il proprio in­conscio. È chiaro che i percorsi interiori sono differenti: nella psico­terapia si tratta di collegare le imma­gini prodotte dall'inconscio con le problematiche personali e scardinare le ansie e i blocchi nevrotici legati a quella tematica particolare; nei per­corsi dei ragazzi si tratta solo di leggere delle produzioni, anche lette­rarie, nelle quali si presentano i loro stadi esperienziali. Ecco alcuni esempi.

Lingue di fuoco ardente sotto di me,
un'ombra mi guida tra le fiamme
sopra una città luccicante avvolta dal manto blu della notte.
Cavalco ipnotizzata le onde del vento
volando su una città incantata
dove popolano solo le luci.
In cielo volo tra le fiamme,
non fa caldo,
ho una strana sensazione,
non è freddo né caldo
ma è freddo e caldo.
L'ombra è vestita di un mantello di seta bianca brillante
e guizza veloce tra le scintille
e io dietro mi affanno a seguirla.
Una mano di fuoco mi afferra,
è Satana in persona,
il viso incandescente e increspato
assomiglia ad una brace ardente
dagli occhi grandi e a mandorla scaturiscono lampi di fuoco
e ancora la bocca con labbra lunghissime e finissime si apre
in una fragorosa risata che gli occupa tutto il viso
fino alle orecchie grandi e appun­tite.
Vestito di un mantello fuliggi­noso e sdrucito
Satana dimena ridendo una forca di bronzo
mi prende e mi scaraventa ai piedi del suo trono,
quando un canto celeste si so­vrappone al rombo delle risate.
Una voce mi chiama ad eco.
Come imbalsamata rimango ai piedi del trono.
Un acutissimo dolore preme alle tempie,
nonostante si espanda il canto,
nella mia mente è rinchiusa la risata che mi assorda,
mi lacera progressivamente le parti interne della testa,
ma una grande mano mi prende in braccio,
con infinita delicatezza mi solleva nell'infinito del cielo,
mi libera da quell'ossessionante risata,
mi riempie di tranquillità,
emana un distensivo profumo di fiori,
di pino che mi refrigera.
L'immagine di un grosso albero si para davanti a me
e dietro un'immagine indefinita comincia a comparire
tra la nebbia che prima lo co­priva.
Un camice logoro ma candidis­simo copre
un magro pallido corpo che con le braccia aperte
tese verso di me
si avvicina senza compiere nessun movimento.
Vedo in lui tutto ciò che può essere
Gentilezza, Tenerezza, Tranquil­lità e Amore
racchiusi nel corpo che determina la materia
ma che racchiude solo una mi­nima parte
di quello che mi ispira, di quel meraviglioso infinito
che lo rappresenta.
Non parla, ma è come se lo facesse,
lo fa con gli occhi e mi spiega la vita, il senso di
TUTTO e poi mi dice:
"Non parlo perché la parola deli­mita,
restringe e determina. Gli argo­menti di cui ti sto raccontando
non possono essere determinati, così invece tu hai
la possibilità di interpretare il contenuto, il messaggio.
E se te ne renderai conto, allora sì avrai raggiunto
un alto livello, ma non ti fermare lì o avrai perso TUTTO."

(ragazza di seconda media)

 

Camminavo, scendendo, per la strada che sale su, su sinuosa fino al Duomo, venivo a valle ed entrai nella chiesa di S. Maria. Mi sentii investito dalle onde del mare, sballottolato di qua e di là, dal freddo e dal caldo. Ne uscii sconvolto, a brandelli.

Ero preoccupato per la mia salute e disperato...

Avevo trovato il maestro; non ero deluso, non ero scontento, sempre alla ricerca e poi... "Sono diventato cretino? Come può un'onda, il caldo, il freddo, la brezza del vento, farmi trovare il sospirato Maestro?"

E invece sì, lì steso a terra, vestiti quasi inesistenti, l'avevo trovato nella materia dell'infinito.

Erano le cose banali, quelle che disprezza l'occhio dissipatore, nelle quali era il Maestro di vita eterna.

Così ormai sfinito, trascinai le membra del mio corpo in cima al Duomo, forse aspettando quel­l'ombra che prima mi aveva indicato il luogo del Maestro.

Aspettai, ma vanamente.

Stavo per andarmene deluso, ma ero io, ora un'ombra come quella che avevo seguito. E guidavo incon­sapevolmente un'altra anima nel luogo del Maestro.

Da allora vissi sempre nelle onde del mare, nel freddo, nel caldo e nella brezza del vento... per sem­pre.

Ed ero io un solo corpo con questi, e con tutti quelli che erano arrivati alla fine del cammino infi­nito.

(ragazzo di seconda media)

Ed ora un esempio di un percorso nell'immaginario durante la visualiz­zazione della ricerca del vecchio saggio in una paziente di trentasei anni, che soffriva di ansia diffusa e crisi esistenziale.

Vedo l'eremo, in alto, su un monte strano, diverso da tutto il paesaggio che lo circonda. Mi avvi­cino rapidamente. C'è una grande roccia dove probabilmente abita il saggio. Arrivo alla roccia stessa. Proseguo ed arrivo in una grande stanza. Con sorpresa noto che è piena di fiori. Come facciano a vivere senza la luce è incredibile. La fosforescenza della roccia non può bastare. Eppure i fiori sono tanti e di tutti i colori. Mi lascio inebriare dal loro profumo. Mi colpisce soprattutto un girasole, isolato dagli altri fiori. Ha un aspetto quasi animato, comunicativo. Gira rapidamente attorno a se stesso e poi si ferma, come per vedere se ho capito. Vuole dirmi qualcosa. Guardo in alto. Vedo il sole che filtra tra le rocce. Il gira­sole gira verso quel raggio di sole. Guardo più in là. C'è un altro raggio di sole, poi altri ancora. Il girasole gira, felice, sembra che danzi. Anch'io sono serena e mi muovo danzando. Giro anch'io at­torno a me a passo di danza. Ora ci fermiamo entrambi. Sento che il girasole mi ha etto qualcosa di importante. Colgo tre rose: una bianca, una rossa, una gialla. Ca­rezzo il girasole ed imbocco un tunnel sempre illuminato. Mi sem­bra di camminare nell'aria. Esco e rivedo la pianura da cui ero partita. Mi sembra diversa. C'è un'atmo­sfera serena, un venticello fresco che mi alza i capelli. Mi muovo saltellando, tenendo in pugno le tre rose. Sono felice.

Questa paziente, come si può no­tare, non incontra un vecchio saggio reale, ma trova dei messaggi simbo­lici importanti, che si possono inter­pretare in questo modo, conoscendo la sua storia personale. Anzitutto la fosforescenza della roccia è uno dei simboli della maternità, ed indica che la via della saggezza passa per il lato materno, quello che coltiva i senti­menti più delicati (i fiori), rende possibile il loro sviluppo, estende la vita emotiva. L'immaginario ma­terno della paziente era stato invece tarpato sia dal rapporto conflittuale con la madre, sia dall'ostruzionismo del marito, che si opponeva al con­cepimento di un figlio.
 
Il fiore più importante, il girasole parlante, le trasmette un altro mes­saggio: "Solo guardando in alto ve­drai il sole". Anche questa indica­zione è molto utile per approfondire il tema del senso della vita e dei valori spirituali da tempo dimenticati, a causa della nevrosi che non le con­cede spazio per una riflessione spiri­tuale più vera.
 
Infine le tre rose stanno ad indicare i tre sentimenti per rilanciare la sua vita amorosa: il bianco, segno della rinascita ("devo ricominciare dac­capo, come se scoprissi adesso cosa significa amare"); il giallo, simbolo della libertà ( "il rapporto d'amore deve farmi sentire libera dentro e non prigioniera delle pretese degli altri"); il rosso, rappresentante della forza passionale, della carica emotiva da ritrovare in se stessa.

Questi sono solo alcuni esempi di come il maestro e il vecchio saggio possono essere rappresentati da ciascuno di noi; la varietà di visualizza­zione è praticamente infinita, così come ognuno di noi è unico nella sua storia e nell'espressione di se stesso. Molto dipende poi dalla lettura che si riesce a fare dei simboli, per poter interiorizzare meglio il nostro mae­stro interiore e la via per progredire spiritualmente.
Marzia Pileri


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