Arrivai in quella casa
sperduta nel buio
entrai con pena e paura
non volevo vedere.
Poi ad un tratto
dentro di me cambiò tutto
ero felice, gioioso, allegro.
Uno mi chiese il perché
io risposi
«Ho capito!»
Paolo e Roberto
Varchiamo una porta, quella di una vecchia villa, la cui costruzione risale al 1800, e caliamo nelle profondità vischiose di un silenzio che si fa subito buio, di un buio che ingigantisce nel silenzio.
Di colpo i passi dei «nostri ragazzi», quarantadue alunni di scuola media, diventano felpati e le voci, che fino a poco fa hanno cicalato la loro allegria carnevalesca, diventano sussurri, bisbigli, fino ad estinguersi del tutto, perchè qui c’è solo il Tadoma o il Malossi a restituire valore, senso e funzione alla parola.
Siamo all’Istituto Nostra Casa, cioè alla casa-scuola dei sordociechi, trentaquattro in tutto, di cui ventisette ragazzi con un’età compresa tra i tre e i ventitrè anni, e sette adulti, che costituiscono la comunità Kalorama.
Il Centro è stato fondato nel 1967 dalla Lega del Filo d’oro. Il nome è un simbolo ed anche un programma: al filo, che lega e coinvolge in un unico obiettivo comune handicappati e non, viene attribuito, appunto, il «valore» dell’oro.
Questa Lega, sorta nel 1964 e riconosciuta come Ente Morale, accetta chiunque abbia raggiunto la maggiore età e voglia farne parte,impegnandosi a portare avanti gli obiettivi dell’Ente e cioè l’assistenza, la cura e la riabilitazione delle persone sordo-cieche.
Dal 1976 il Centro è riconosciuto come Istituto Sperimentale dal Ministero della Pubblica Istruzione. Vi operano una scuola materna e una scuola elementare parificata.
I ragazzi, tutti portatori di più handicaps, alle menomazioni sensoriali spesso si aggiungono quelle cerebrali, sono divisi in sei gruppi, ognuno dei quali vuole rappresentare un nucleo familiare. La loro attività educativa, che dura dodici ore, dalle 8 del mattino alle 20 della sera, si svolge mediante un insegnamento individualizzato impartito, per ogni allievo, da due insegnanti.
* * *
Passiamo da un’aula all'altra; in ognuna la zona-pranzo e la zona-lavoro, in ognuna, mediante piccole librerie usate come divisori, ogni bambino ha il suo spazio individuale. Dovunque luce diffusa.
Conosciamo un ragazzo che, utilizzando un residuo di vista, può comunicare attraverso una serie di disegni strutturati come una frase con soggetto, predicato, complemento.
Ci lasciamo contagiare dall’esuberanza gaia di Fabio. Ci lasciamo conquistare dall’eloquenza mimica i ogni suo gesto. Fabio parla in modo comprensibile, usa il braille, si serve del Tadoma — pone un dito sulle labbra di chi parla e «sente» le parole — e conosce il Malossi, «ovveri la dattilografia della mano».
Strabiliamo, uscendo, davanti a una ragazza, resa cieca dall’incubatrice, che lungo il corridoio corre sfrenata sui pattini.
La «nostra» Federica, tredici anni di efficienza fisica e mentale, commenta sorpresa: «Ed io che l’immaginavo immobili in un letto!»
Intanto in palestra c’è chi si esercita al quadro svedese ed Alessandro osserva: «lo su quell’attrezzo non so nemmeno salirci».
Qui non c’è porzione di spazio dove non si respiri lavoro e collaborazione. E dove stavano prima? Si chiedono i nostri ragazzi. È il direttore, il professor Giacco, a rispondere: «In "Cottolenghi" oppure chiusi in casa o anche in ospedali psichiatrici». È il caso di una bambina ora ospite dell’istituto Nostra Casa, che a nove anni aveva già accumulato quattro anni di «giacenza» in ospedale psichiatrico.
La visita prosegue al Kalorama.
Kalorama significa «Vedere Bello» e ci accorgiamo subito che non si tratta di un eufemismo, Rita applica delle molle per la tastiera di strumenti musicali-giocattoli, ci dicono che conosce tre lingue e fa traduzioni in braille; Angelo affida al prestigio delle sue mani la tecnica, ormai perduta, della «paglia di Vienna» (il «letto» delle sue sedie e un ordito preciso e solido); Salvatore intreccia il «midollino» (il midollo della canna di bambù) per farne cesti di vario tipo e di vario uso. Ognuno ha la sua camera personale arredata con il frutto del proprio lavoro. Oggi una vita. Ieri? — Ieri stavo in una specie di cottolengo, dove tutto era vietato — ci dice Roberto.
* * *
È l’ora della partenza, i ragazzi sprizzano gioia. Sanno che a dividerli dai «nuovi amici» (cosi li chiamano ora) c’è solo la barriera dell’ignoranza. La decisione è istantanea ed unanime. «Impareremo il Malossi!» E cominciano subito a studiare sulla mano la posizione delle singole lettere.
Riccardo, interpretando lo stato d’animo, all’arrivo e alla partenza di questa giornata scolastica eccezionale, scrive:
«Mattina calda, il sole nell’aria, l'edificio sovrano su quel colle di pace. Un pullman pieno di pietà e timore penetrava in quell’ambiente ormai alterato dal rombo del motore. Alcuni ragazzi di una scuola media scendevano per entrare nell’edificio. Credevano di conoscere ciò che li aspettava ed era questo il loro errore». E poi «Ed ora i ragazzi, evaporata la pena, erano colmi di gioia e di amicizia per quei nuovi compagni. Un pullman di felicità faceva ormai parte della quiete e dello splendore del colle che stava lasciando».
Rita Bigi Falcinelli
1982 - Kalorama significa vedere bello (7.25 MB)
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