 Vivere l'handicap non significa solo vivere un disagio funzionale, bensì subire tutte le conseguenze derivate da una diminuita vita di relazione. Ne consegue che in un bambino basta un deficit fisico, motorio o sensoriale, per limitare l'esperienza-conoscenza e provocare inevitabilmente un ritardo o comunque un rallentamento del processo evolutivo. Quindi, se l'ambiente con le sue sollecitazioni è determinante per l'apprendimento di ciascun individuo, è quanto mai indispensabile che al bambino handicappato, già limitato nelle sue capacità di comunicare e di interagire, si garantisca un ambiente ricco di stimolazioni compensative e alternative tali da incentivare al massimo l'iniziativa e il protagonismo. Ad esempio fare un esercizio di estensione del braccio non è una terapia passiva se c'è un oggetto da afferrare che, con la forza della motivazione, costringa a organizzare il movimento e ad esercitare una capacità decisionale. È proprio in questo ambito che tra le varie strategie rieducative trova la sua ragione d'essere l'ippoterapia, cioè una tecnica riabilitativa che sceglie il cavallo come oggetto mediatore, come oggetto-stimolo alla strutturazione del comportamento. (continua...)
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 Ore 10,15, lezione di educazione civica, classe III B. Il tema: lettura e commento di alcuni articoli della costituzione, in conformità con quanto prescritto dai programmi per la scuola media ("l'educazione civica ... ha come oggetto di apprendimento le regole fondamentali della convivenza civile). E quindi sui banchi di scuola che i nostri ragazzi imparano che tutti hanno l'obbligo della frequenza scolastica fino al quattordicesimo anno di età, che tutti hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, che viene riconosciuto a tutti il diritto al lavoro ecc... Però questi stessi alunni, tutti svegli e pronti al confronto, imparano, sempre sui banchi di scuola, a fare verifiche ed analisi comparate, a consultare libri e giornali, così, frugando nel "polveriere", una specie di archivio di classe (ovvero scatolone di varia dove nel tempo hanno stratificato, insieme alla polvere, collezioni di notizie), riportano alla luce il mosaico di una realtà diversa, un costume sociale che ignora i principi della costituzione ed alimenta invece con l'ingiustizia e l'iniquità situazioni assurde e crudeli, situazioni con le quali leggere in parallelo le norme relative ai diritti e ai doveri dei cittadini. (continua...)
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C’è sempre qualcuno, nonostante sia ormai lontano l’anno dell’handicappato, che ancora osa gridare per le vie di città sempre più disattente e indifferenti «Insieme senza barriere» e, speranzoso!, prova a pungolare la pubblica attenzione con tavole rotonde, mostre fotografiche, spettacoli, sfilate di marjorettes.
Si ripetono i discorsi, si contano le nuove rughe dovute al cumulo aggiunto delle umiliazioni, si «scontano» i medesimi risultati: uno spazio nelle cronache cittadine che diventa presto carta straccia. Intanto il sasso, che qualcuno ha voluto lanciare, precipita nel fondo e in superficie non resta nemmeno una lieve increspatura. Allora non serve nulla il rammarico, la rabbia o il senso di impotenza. Tanto vale chiedersi, una volta per tutte, se davvero le barriere che dividono ed escludono sono quelle che ci dicono e cioè quei limiti architettonici, imputabili ad ambienti stretti, scale e pavimenti sdrucciolevoli, solitamente classificati in barriere di accesso, di larghezza, di altezza, di sottofondo e di distanza. (continua...)
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Con "L’homme qui marchait dans sa tète" — L’uomo che marciava nella sua testa —, Patrick Segal racconta in prima persona la sua storia di giovane sportivo, campione di sci e di atletica, giocatore di palla a volo e di rugby, fermato sopra una carrozzina, a ventiquattro anni, da un proiettile vagante sparato accidentalmente.
Il racconto procede su due piani paralleli: ai giorni della morte e della rinuncia — "Non ho ancora venticinque anni e non sopporto più di vedermi su questa sedia. Sono finito" — fanno riscontro quelli della vita — "Con il solo spirito avrei spostato le montagne" —; al corpo che si siede vinto — "La siringa mi libera completamente da quest’incubo popolato da tubi e da lamenti. Mi tuffo in questa felicità narcotica che imploro adesso ogni quarto d’ora" si oppone la mente che si mette a correre fino a scoprire... l’UOMO — "Partito alla ricerca di forti emozioni, sono tornato con una missione da svolgere" —. È cosi che inizia il VIAGGIO dentro gli spazi geografici e umani, dove le frontiere non sono solo di ordine politico — "Altri mondi vietati mi si aprono. .. basta passare le frontiere" —. (continua...)
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Tempo di vacanze. Esodo in massa verso un metro quadro d’aria con cui ossigenare speranze ed illusioni. Quel tanto che basta per sopravvivere, un anno ancora, alla sclerosi dei sogni.
Quindi meandri umani a strabordare nelle strade, a dilagare nelle spiagge, sui monti, tra i parti. Tutti, belli o brutti, nell’unico condominio del sole. E se lo slogan della discriminazione «O noi o loro» si va spegnendo senza risonanza, perchè non fa più notizia, — ormai è solo un classico della consuetudine e la scena epica del rifiuto diventa il fatto privato del gestore di un albergo o di uno stabilimento balneare, che si vede stretto d’assedio dalla carovana del dolore organizzato — basta invertire le parti «Loro invece che voi» e cioè «Non si accettano clienti se non handicappati» e l’effetto è sicuro. Curiosità e stupore in parti uguali nel cocktail delle sorprese. (continua...)
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